L'ITALIA NELLA STORIA MODERNA

PERCHÉ FRONTIERA D’EUROPA

Il Mezzogiorno è stato già alla fine del mondo antico l’avamposto dell’Europa rispetto all’espandersi dell’Islam. Ma ancor prima che questa religione fosse fondata, le regioni meridionali d’Italia hanno costituito la frontiera avanzata e debole della civiltà occidentale, quando le coste nordafricane furono occupate dai Vandali, che conquistarono Cartagine nel 439, formarono una grande flotta e di lí pervennero nel 455 a Roma, la posero a sacco, traendone enorme bottino. In epoca medievale quelle imprese non cessarono, e crearono anche numerosi stanziamenti stabili. Dopo il 1481 (riconquista cristiana di Otranto) le aspirazioni alla conquista furono abbandonate, ma crebbero le scorrerie organizzate dalle reggenze che solo formalmente dipendevano dall’impero ottomano, imprese meno pretenziose, senza dichiarazione di guerra, “normali” e costanti: si tradussero – come ha notato il politologo americano Edward Luttwak, esperto di storia italiana – in un dissanguamento per mille piccole ferite. Fino al 1830 (conquista francese di Algeri), le rive dell’Italia meridionale sono state oggetto di scorrerie che colpivano il cabotaggio costiero e sbarcavano per realizzare brevi colpi di mano, diretti ad asportare beni di valore e specialmente a catturare prede umane, da vendere come schiavi, o per chiederne riscatti.

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Due fattori hanno reso inevitabile questo grave fenomeno, tanto ordinario da non esser piú registrato dalla storia: una forza attiva ed una debolezza passiva. La desertificazione africana imponeva sempre piú ai magrebini di cercare oltremare fonti di sussistenza, ed essi si organizzarono in piccole imprese parastatali, sovvenzionate dai governi locali, i rais. La dinastia aragonese aveva considerato mortale quel danno, ed aveva costruito una flotta consistente, che ottenne successi anche nel Mediterraneo orientale. Questo dimostra che la difesa attiva, sul mare, era possibile. Essa, invece, divenne statica dopo la conquista spagnola del Mezzogiorno, perché quei governi non poterono permettere che la nobiltà locale svolgesse compiti militari dinamici, e l’armamento marittimo era ovviamente tale: temevano, giustamente, che si sarebbe rivolto contro di loro. Ne seguí che le perdite, calcolate da fonti ufficiali, per il solo regno di Napoli, ammontassero a circa ventimila persone all’anno, uccise o sequestrate. Le conseguenze furono pesantissime, perché prostrarono l’economia e la tenuta sociale del Mezzogiorno. L’afflusso a Napoli divenne un modo di sottrarsi a quei pericoli e alle prepotenze feudali.  Intanto, il traffico dei passeggeri ed il commercio dei generi di valore si avvalse dei noli stranieri, ossia delle flotte che si facevano rispettare dalla pirateria bombardandone i porti. Le potenze marittime utilizzarono a loro vantaggio quelle condizioni, e la produzione provenzale di armi e di materiali per la navigazione tendeva a favorire i suoi clienti magrebini. L’economia meridionale s’impoverí, poiché chi trasportava le merci ne imponeva il prezzo.

Intanto, nella stessa direzione, agirono anche altri motivi, politici e sociali. Gli spagnoli, per scongiurare gli effetti della sanguinosa rivolta che nel 1547 li colpí a Napoli, adottarono un sistema pacifico di sfruttamento economico, fondato sulla creazione e vendita ai privati di uffici e di rendite statali, dirette sia a reperire rapidamente grandi capitali, sia ad assicurarsi la correità dei benestanti locali. La Corte straniera provvedeva alle esigenze della sua politica planetaria ottenendo somme enormi, che corrispondevano ad imposte fiscali, percentualmente modeste, ma senza fine, anzi continuamente incrementate. Il debito, perciò, cresceva, creando uffici inutili e gabelle paralizzanti, sottraeva all’imprenditoria privata i necessari capitali, abituava i risparmiatori a vivere di rendita. Sul piano finanziario, la produttività reale subiva la concorrenza vincente del parassitismo statale. Inoltre i redditieri, avendo interesse a far sopravvivere la “gestione” spagnola, si agganciarono e s’imprigionarono essi stessi a quel carro: un’assurdità notata da Campanella, da Giannone e da altri.

Il popolo – non a torto – vedeva i benestanti come traditori e nemici, e considerava tali anche gran parte degli intellettuali, l’intera cultura laica. Alla sfiducia verso la sfera pubblica si aggiunse quella contro le idealità nuove, ragionate, dirette a limitare le astratte pretese metafisiche e magiche. Fin dal rinascimento, il cinismo – come descrisse Guicciardini e come Francesco De Sanctis indicò – dominava in Italia, era un carattere prevalente: le dominazioni straniere lo rafforzarono. Fu un clima che bloccò tre aspetti del progresso: la centralità della produzione economica, i rimedi alle difficoltà sociali, lo sviluppo del pensiero critico, non fazioso, ma costruttivo.

È da ricordare che il ‘500 fu il secolo in cui in Occidente la cultura realizzò la transizione dall’idealismo astratto medievale (tutore dell’immobilismo, permeato di credenze magiche), al primato del dinamismo antropologico, razionale, critico. Il pensiero moderno si fondò sulla ricerca, che richiedeva pace sociale, sostegno statale, ordine, disciplina, collaborazione, coesione, ed era fonte di produttività materiale. Questi valori furono ostacolati nel Mezzogiorno dal parassitismo spagnolo e della Chiesa romana, due forze poste a difesa dello status quo: puntavano sul tradizionalismo e suggerirono che la “disinvoltura” francese era inconciliabile con la religiosità cattolica e con la “gravità” spagnola. Gli ignoranti furono indotti dal clero minore a considerare i francesi come atei e come nemici dell’umanità. L’acquiescenza popolare rese possibili nel 1723 l’esilio di Giannone e nel 1799 la strage dei cento piú generosi patrioti: furono segni della drammatica sconfitta subíta dalla cultura meridionale.

Infatti, lo slancio empirico dell’illuminismo anglo-francese non aveva coinvolto il popolo, che vedeva gli intellettuali come nemici, gli stranieri come sfruttatori e le idealità ufficiali come raggiri. Poi la storiografia del ‘900 si è invaghita della teoria hegeliana secondo cui tutto ciò che è reale è razionale, ed ha interpretato questa formula come una nuova versione del provvidenzialismo vichiano. Ne è derivato un ‘falso storico’ che rende incomprensibile l’intera vicenda meridionale moderna.

Da questa urgenza nel 1995 nacque la rivista semestrale “Frontiera d’Europa”, che ora è sostituita da questo sito, dove saranno diffusi gratis i risultati delle ricerche realizzate dagli storici che facevano parte di quell’équipe.

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DALLA METAFISICA ALLA SOCIALITÀ

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Stato e disgregazione sociale nel mezzogiorno d’Italia da Luigi XIV alla rivoluzione

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VERSO LA GIUSTIZIA PRODUTTIVA

un’esperienza di riforme delle due Sicilie (1738-1746)

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IV. Il difficile avvio dei consolati di mare e di terra (1738-1740)

1. Un ‘tempo eroico’ tra pratiche e politiche mercantilistiche
2. Contrasti tra mercanti, mercantilisti e togati sui consoli-giudici
3. Lo scarto tra progetto ideale e condizioni strutturali dell’ambiente
4. Confronto tra sistemi di selezione della classe dirigente
5. Adottare per i consoli un modello simile al francese?
6. Propensione marinara austro-sicula. Passarowirtz: fiducia nel ‘Turco’
7. Von Fleischmann da Costantinopoli a Napoli
8. La proiezione marittima della politica montealegrina
9. ”Caravane” e nuova rete consolare per il mercato dei noli

V. Il supremo magistrato del commercio per una svolta delle mentalità istituzionali

1. Una magistratura produttiva di un diritto ‘nuovo’
2. Come la procedura incideva sugli esiti giudiziari
3. Deontologie inconciliabili: gravi scontri tra il Re e il Supremo
4. Prospettive storiche del francese droit des affaires.
5. ‘Enregistrement’ e ‘conflits de jurisdiction’: mediazione sociale e controllo regio
6. ‘Mastri d’atti’ e l’ambigua etica del pubblico impiego
7. Le fazioni in lotta per le posizioni da console
8. Le reazioni di altre istituzioni al Supremo: i conflitti di giurisdizione

La collana “Frontiera d’Europa - Studi e Testi” fa parte delle attività editoriali e scientifiche dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Direttore
Raffaele Ajello

Condirettore
Francesco Di Donato

Vicedirettore
Raffaele Iovine

Comitato scientifico
Orazio Abbamonte, Giorgia Alessi, Andrea Amatucci, Imma Ascione,
Gianfranco Borrelli, Ileana Del Bagno, Robert Descimon, Vanda Fiorillo,
José Maria Garcia Marín, Jacques Krynen, Dario Luongo,
Aldo 
Mazzacane, Renata Pilati, Albert Rigaudière, Andrea Romano,
Mario 
Tedeschi, Roberto Tufano, Dale K. Van Kley, Silvio Zotta

Comitato redazionale
Giuseppe F. de Tiberiis, Saverio Di Franco, Rocco Giurato, Maria Luisa Pisacane, Gerardo Ruggiero, Sonia Scognamiglio, Massimo Tita
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